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Delitto di Cogne, il caso scuote ancora i media.

Era il 30 gennaio 2002 . A Cogne, tranquilla e ridente località di villeggiatura montana della Valle  d’Aosta, moriva in circostanze misteriose Samuele Lorenzi, di tre anni, secondogenito di Anna Maria Franzoni e Stefano Lorenzi.  Nasceva così uno dei casi più controversi degli ultimi vent’anni di cronaca giudiziaria italiana. La tragica morte del  bambino, la posizione da subito poco chiara della madre, le accuse poi rivelatesi  infondate nei confronti dei vicini di casa, l’incondizionata solidarietà del marito ad Anna Maria Franzoni, divisero subito le coscienze dell’opinione pubblica. Il tam tam dei media superò i confini nazionali, anche per la notizia  di una parentela tra la Franzoni e la moglie di uno degli uomini politici più noti del Bel Paese, Romano Prodi.  L’analisi del dna, i Ris, il luminol, le nuove metodologie della polizia scientifica  riempirono per mesi i tg nazionali e i talk-show televisivi, entrando nella quotidianità degli italiani.  A distanza di dodici anni, la storia  inquietante e mai completamente chiarita  sta per arricchirsi di un nuovo capitolo. Infatti il prossimo 24 giugno il Tribunale di Sorveglianza di Bologna dovrà decidere sulla domanda di detenzione domiciliare avanzata dal legale di  Annamaria Franzoni, in luogo del residuo di pena dei sedici anni che sta scontando per l’omicidio del figlio Samuele. A oggi  il tribunale di Sorveglianza di Bologna non ha deciso e ha disposto un nuovo rinvio, e ulteriori integrazioni e approfondimenti  da parte del professore Augusto Balloni, autore della perizia psichiatrica  sulla donna. Ma cosa accadde a Cogne quel tragico giorno?

Il fatto

E’ la  mattina del 30 gennaio 2002, tutto sembra normale in una bella villetta di montagna a Montroz, soleggiata frazione sulle alture di Cogne.   Alle ore 8.28, il 118 riceve una telefonata di Annamaria Franzoni che chiede concitatamente aiuto, affermando di aver appena rinvenuto il figlio di tre anni, Samuele, nel  letto coperto di sangue. Poco prima la donna aveva  avvisato dell’accaduto  il proprio medico di famiglia, Ada Satragni, che intervenuta per prima sul posto, in seguito ipotizzò più volte, anche durante un’intervista televisiva,  che il decesso del piccolo Samuele fosse avvenuto per  un’improbabile causa naturale, un’ aneurisma cerebrale. Quello che è certo è che la scena del delitto e le condizioni della vittima vengono alterate dalle manovre di rianimazione tentate dalla dottoressa per salvare il piccolo. Per  i soccorritori del 118, giunti in elicottero, le cose però non stanno così. Rilevano sul capo del bambino devastanti ferite causate da un  reiterato atto di violenza, e lo segnalano all’autorità giudiziaria.  Il bambino viene dichiarato morto alle ore 9.55; sul posto intervengono i carabinieri che provvedono a sigillare il luogo della tragedia. Iniziano ufficialmente le indagini.

Gli accertamenti medici e le indagini

L’esame autoptico rivelò come causa del decesso una serie di colpi alla testa, almeno  diciassette, inferti a Samuele  con un corpo contundente. Sulla piccola vittima  furono rinvenute microtracce di rame, il che fa intendere che il bambino sarebbe stato colpito con un  oggetto metallico. Gli inquirenti ipotizzarono un mestolo ornamentale, con il quale ripetutamente l’omicida colpì con inaudita ferocia. Sempre esaminando il corpicino di Samuele, il medico legale a cui fu affidata l’autopsia notò ferite sulle mani a testimonianza di un estremo ma inutile gesto di difesa. Quaranta giorni dopo il delitto, Anna Maria Franzoni fu formalmente accusata dell’omicidio del figlio.  A dire il vero,  nonostante i numerosissimi sopralluoghi nella villetta le indagini non portarono mai al ritrovamento dell’arma del delitto. Oltre all’ipotesi del mestolo di rame, ne furono avanzate altre: una piccozza da montagna, un bolli latte, altri oggetti metallici ma al riguardo non maturerà alcuna certezza. L’arma del delitto, malgrado le approfondite ricerche, non è mai stata trovata. Ma con quali prove allora fu accusata e condannata Anna Maria Franzoni?

Accusa e difesa

L’accusa e la motivazione della prima sentenza si fondarono prevalentemente su perizie eseguite dai RIS con l’aiuto del “luminol”, alla ricerca di  tracce di sangue. Ne vennero rilevate abbondantissime, con frammenti di osso cranico, sopra il pigiama della Franzoni, trovato poi nascosto tra le coperte del letto. L’accusa sostenne che la donna l’avrebbe indossato al momento del delitto. Ulteriori macchie di sangue della vittima furono rinvenute sulle suole e all’interno delle ciabatte da casa della donna.  Sempre secondo l’accusa, inoltre, non essendo state evidenziate dai RIS tracce di estranei, né avendo i vicini notato movimenti strani e visto altre persone, solo la Franzoni  avrebbe potuto commettere l’omicidio all’ora indicata dai risultati delle indagini. Va rilevato che nessun oggetto di valore era stato sottratto e nessuna porta o finestra dell’abitazione presentavano segni di forzatura. La borsetta che la Franzoni usava abitualmente era rimasta in casa, ma non recava segni di manomissione e non era stata frugata.

Numerose contraddizioni, suffragate anche da intercettazioni ambientali tra la Franzoni ed il marito, emersero poi anche nei giorni seguenti, sui movimenti della donna all’interno e all’esterno della casa e sul tentativo di accusare del fatto alcuni vicini.

Secondo la difesa, invece, la maglia e i pantaloni del pigiama non sarebbero stati indossati dall’assassino, bensì giacevano sul piumone del letto. In secondo luogo, viene affermato che l’assassino, vedendo la Franzoni uscire per accompagnare il figlio maggiore alla fermata dello scuolabus, si sarebbe intrufolato nella villa, inizialmente solo per “fare un dispetto” (o di un movente di natura sessuale) alla mamma del bambino, e trovandosi inaspettatamente il piccolo nel letto, sarebbe stato preso dall’agitazione e avrebbe colpito Samuele per poi fuggire senza portare a termine il proprio intento. Tutto questo in meno di otto minuti (un lasso di tempo coerente con la dinamica dei fatti dichiarati dall’accusa stessa), senza lasciare traccia alcuna di sangue in nessuna altra stanza della casa o all’esterno della stessa e senza che né la Franzoni né l’autista dello scuolabus né nessun altro si avvedessero della sua presenza. Nel periodo intercorso tra l’omicidio e la condanna, la donna è rimasta incinta e ha dato alla luce Gioele il 26 gennaio 2003, dando la notizia della gravidanza anche al Maurizio Costanzo Show.

Nell’estate del 2004, dopo un lunghissimo dibattimento, la Franzoni subì la condanna in primo grado a trent’anni di reclusione. Quell’ estate fu caratterizzata da alcune maldestre iniziative di far accusare dei vicini di casa da parte dei familiari di Anna Maria Franzoni, personaggi sempre scagionati dalle indagini, con il solo esito di pulire il buon nome  delle famiglia agli occhi dei valligiani che si sentivano tutti coinvolti nella vicenda. Non ebbe successo neppure un tentativo estremo, alla ricerca della prova assoluta a discolpa, del legale di parte avvocato Taormina. Con alcuni suoi consulenti effettuò un sopralluogo nella villetta, all’indomani del quale venne annunciato il rinvenimento, sulla porta della camera da letto, di un’ impronta digitale insanguinata appartenente al “vero assassino” nonché di tracce ematiche della vittima nel garage della casa, che avrebbero contrassegnato un ipotetico percorso di fuga attraverso la porta dello stesso. In realtà si scoprì ben presto che l’impronta digitale apparteneva a uno dei tecnici della difesa. Lo svolgimento di indagini difensive da parte dell’avvocato Carlo Taormina in seguito condusse alla produzione di prove la cui genuinità venne messa in dubbio e sfociò in un nuovo processo (il cosiddetto Cogne bis).

 Il processo di appello, che ha tenuto conto delle attenuanti generiche,  si è svolto il 27 aprile 2007 con la riduzione della pena per la Franzoni a 16 anni  di reclusione. Tale sentenza è stata confermata nel  maggio 2008 dalla Cassazione, con il divieto di incontrare i figli fuori dal carcere per rischio di reiterazione del reato sancito da una perizia psichiatrica del novembre 2008.  Successivamente la donna nel 2011 è stata anche condannata dal Tribunale di Torino a un anno e quattro mesi per il reato di calunnia.

La Franzoni, durante il periodo trascorso nel carcere Dozza di Bologna ha descritto minuziosamente quanto è accaduto quel fatidico  giorno nel volume “La verità”, scritto insieme al giornalista Gennaro De Stefano. Riuscirà Anna Maria Franzoni a tornare in quella casa di Cogne agli arresti domiciliari, o le sarà ancora negata la possibilità di vivere con i suoi figli?  Lo sapremo solo il prossimo 14 giugno.

Il delitto di Cogne non è un caso isolato

Purtroppo la cronaca degli ultimi tempi, ci porta spesso a parlare di donne assassine che di punto in bianco uccidono i loro figli.

L’ultimo episodio inquietante che risale solo a due mesi fa è il caso eclatante di una donna albanese di 37 anni,  Edlira Dobrushi, che ha accoltellato le sue tre figlie rispettivamente di tredici, dieci e quattro anni in un condominio popolare di corso Bergamo, nel rione di Chiuso, alla periferia di Lecco. Cosa sia successo nella mente di Edlira Dobrushi è tuttora inspiegabile. La donna è sotto choc ma non ha saputo motivare il suo gesto. La probabile fine del suo matrimonio a causa della presunta relazione del suo uomo con un’altra donna è stata la causa che l’ha spinta verso questo gesto? Il 21 aprile 2013 Alessia Olimpo di anni 36 accoltella la figlia e poi si toglie la vita. Si tratta di un omicidio-suicidio che lascia sgomenti.   Il 6 marzo del 2013 Daniela Falcone, una quarantatreenne di Rovigo, uccide il figlio Carmine di undici anni con un paio di forbici. La donna tenterà di togliersi la vita ma invano. Nel 2010, in provincia di Venezia, Tiziana Bragato di quarantasette anni uccide il figlio di appena sei anni  soffocandolo nel suo letto. Poi pone fine alla sua vita impiccandosi. A fare la macabra scoperta il marito della donna. Nel 2005 Christine Rainer di trentanove anni uccide il suo bimbo di quattro anni nella palazzina dove abita nei pressi dell’Ippodromo di Maia. La scena è raccapricciante: il bambino giace in una pozza di sangue nella cucina dell’appartamento. In provincia di Lecco, a Casatenovo, Maria Patrizio, 29 anni, uccide il figlio di cinque anni annegandolo. La donna in un primo momento racconta di essere stata aggredita in casa mentre faceva il bagno al figlio di 5 anni, che di conseguenza sarebbe scivolato nell’acqua e quindi morto; ma poi svela la tragica verità. Non si tratta di un incidente ma di un gesto premeditato dalla donna. Un caso che sfiora l’assurdo è quello successo a  Madonna dei Monti, frazione di Santa Caterina Valfurva (Sondrio), dove una donna di 31 anni, Loretta Z. uccide la figlia di otto anni gettandola in lavatrice. Al padre non resta che la macabra scoperta del corpo della figlia sottoposto a un ciclo di lavaggio. Raccapricciante ed inquietante la scena che si è trovato dinanzi ai suoi increduli occhi.

Tra i casi più cruenti nel lontano 1997, e all’estero, annoveriamo quello di Susanne Dianne Eubanks, una donna  che per vendicarsi del marito, in California aveva sparato ai suoi quattro figli mettendo in atto una vera e propria  esecuzione in stile mafioso. Chissà qual é il movente che spinge queste donne a commettere atroci delitti? Sappiamo solo che il trend è in aumento, lo testimoniano i casi crescenti in cui le donne commettono l’omicidio ai danni del proprio figlio/a.  Questa  è solo la punta di un iceberg che rischia di minare e danneggiare  il concetto di   famiglia da sempre intesa come un’istituzione fondamentale per ogni società. Eppure casi come quelli di Cogne rimbalzano agli onori della cronaca nera sempre più spesso.

Daniela Bonanno Conti

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